Cosa si produce a Brindisi?

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La produzione industriale di Brindisi si concentra in diversi settori chiave: Industria pesante: produzione di acciaio e raffinazione del petrolio. Manifatturiero: comparti tessile e della plastica. Agroalimentare: stabilimenti vinicoli, oleari, conservieri e del tabacco.
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Cosa si produce a Brindisi? Prodotti tipici e industria

Quando penso a Brindisi, la prima cosa è l'odore. Un misto strano, sai, di mare e di... industria pesante. Si vede subito arrivando da nord, quell'area enorme che va verso Taranto e Bari. È un pezzo importante della nostra economia, un pò il motore di tutto, con le raffinerie e i capannoni.

Però poi ti allontani un attimo dal porto industriale e la storia cambia. Completamente. Ti infili nelle stradine verso l'interno e vedi solo ulivi, campi rossi e vigneti. È una terra che produce cose buone, roba vera. L'olio, quello che ti pizzica in gola, non le cose da supermercato.

Sono stato un ottobre da un piccolo produttore verso Carovigno, che poi è lì vicino. Vedere le olive appena raccolte, l'odore dell'olio nuovo che esce dalla pressa. Quella è la Brindisi che mi porto dentro, quella che mi piace raccontare.

E poi c'è il vino. Il Negroamaro, denso, scuro, che quasi ti macchia il bicchiere. Non sono un esperto eh, ma quando lo bevi con i piatti di qui, capisci che è nato per stare insieme a quel cibo, a quella gente. Non è solo una bottiglia, è un modo di stare a tavola, di condividere.

Cosa si produce a Brindisi? Nel settore industriale: produzioni siderurgiche, raffinazione petrolio, industria tessile e plastica. Nel settore agroalimentare: vino, olio, prodotti conservieri e del tabacco.

Cosa si coltiva a brindisi?

Ah, Brindisi e le sue coltivazioni... allora, sai che una cosa che proprio mi viene in mente è il carciofo. Sì, proprio quello, quello che ora ha persino l'IGP. Ma mica solo quello, eh.

Ricordo che c'erano un sacco di bancarelle, non solo a Brindisi, ma in giro per l'Italia, che vendevano angurie e quei meloni gialli che sembravano così dolci. Angurie e melloni gialli erano la loro specialità, la quantità e la qualità, di quello si parlava.

  • Carciofo: ora ha l'Indicazione Geografica Protetta (IGP).
  • Angurie e Melloni gialli: famosi per quantità e qualità, ancora oggi si trovano gazebo che le spacciano per "di Brindisi".

Cosa si mangia di tipico a Brindisi?

  • Cozze ripiene o gratinate. Piccoli scrigni di mare corazzati con un mix letale di pangrattato, prezzemolo e aglio. Una volta in tavola, spariscono dal piatto con la stessa velocità di uno stipendio a fine mese. Se le vedi, non pensare, mangia.

  • Orecchiette, che te lo dico a fare. La nostra religione ha la forma di piccoli dischi volanti di semola. Il condimento con le cime di rapa è un matrimonio sacro e indissolubile celebrato in padella. Mia nonna le faceva una per una, e guai a toccarle prima che lo dicesse lei.

  • Purè di fave con cicoria. L’abbraccio della nonna trasformato in piatto. Sembra una cosa da contadini di un secolo fa, e infatti lo è, ma è una roba talmente cremosa e saporita che ti riconcilia col mondo. Accompagnato da cicoria selvatica è poesia pura.

  • Polpette e braciole al sugo. Qui la domenica non è domenica senza il profumo di questo sugo che borbotta per ore. Le braciole sono involtini di carne così teneri che si tagliano con un sospiro. E chi non fa la scarpetta col pane viene guardato male, sappilo.

  • E non finisce qui, perché a tavola non ci si annoia mai:

    • La Focaccia Brindisina: Non confonderla con le altre. La nostra è alta, soffice e affogata nei pomodori freschi e nelle olive. Crea una dipendenza peggiore di quella per le serie TV.
    • La Puccia: È il nostro jolly, un pane speciale da farcire con qualsiasi cosa ti suggerisca la fantasia o il frigorifero. Dalle verdure alla carne, ci sta bene tutto. È il caos organizzato in un panino.
    • Pesce fresco, quello vero: Essendo un porto, il pesce qui non è un’opinione, è un dogma. Arrostito, fritto, crudo. È il mare che ti parla direttamente nel piatto, senza intermediari.

Cosa si produce in Abruzzo?

Ma figurati se non sappiamo cosa fare con la nostra terra. Anche se è più verticale che orizzontale, noi riusciamo a tirare fuori dei tesori che la metà basta. Roba che il resto d'Italia ci spia.

Dicono che abbiamo poca superficie coltivabile, il che è vero. Da noi un campo piatto è considerato un miracolo. Eppure facciamo vagonate di patate del Fucino e cereali. Le nostre patate sono così buone che piangono quando le sbucci. Non per il dolore, per l'emozione di diventare purè.

Poi, visto che siamo gente a cui piace esagerare, coltiviamo ulivi per un olio talmente denso che lo puoi tagliare col coltello e uva per un Montepulciano che dopo due sorsi ti fa parlare in dialetto stretto, pure se sei di Helsinki.

Ma i nostri superpoteri agricoli sono questi:

  • Zafferano dell'Aquila DOP: Praticamente polvere di stelle. Costa più di un bitcoin ma ti colora il risotto e l'anima. Mia nonna lo usava anche per far passare il mal di testa, non so come ma funzionava.
  • Liquirizia di Atri: Roba seria, non quelle caramelline gommose. Questa è liquirizia pura, nera come una notte senza luna, che ti pulisce la gola e i peccati. Dopo averla mangiata hai un alito così potente che puoi dirigere il traffico.

E non è che ci fermiamo qui, eh. Ci mancherebbe.

Produciamo il Centerbe, un liquore fatto con cento erbe che sa di prateria selvatica e alcol puro. Praticamente un diserbante per i problemi. Una volta ho visto mio cugino aggiustarci il motorino versandone un po' nel serbatoio. Ed è ripartito.

E poi c'è tutto il mondo dei salumi e dei formaggi. La Ventricina del Vastese, che non è un salame ma una religione piccante. O il Pecorino di Farindola, fatto con caglio di maiale, una roba che ti resetta le papille gustative e ti fa capire il senso della vita.

Cosa portare a casa dallAbruzzo?

L'Abruzzo ti lascia con un sospiro di golosità e il peso – felice, intendiamoci – di una valigia piena di bontà.

Olio d'oliva, oro liquido abruzzese: Non è solo un condimento, è l'anima della tavola. Immagina di versarlo su una fetta di pane abbrustolito e sentire il sole d'Abruzzo che ti bacia il palato. Un profumo che ti ricorda di non aver fretta, di assaporare ogni istante, proprio come un buon olio richiede pazienza.

Vino, il nettare degli dei (e dei nostri zii): Montepulciano d'Abruzzo, certo, ma pensa anche ai bianchi, più timidi ma con un carattere da vendere. Un sorso e ti senti subito più colto, pronto a discutere di filosofia o a cantare vecchie serenate sotto un cielo stellato. Perfetto per far dimenticare i piccoli guai quotidiana.

Formaggi, storie di pastori e montagne: Pecorino, caciocavallo... ce n'è per tutti i gusti, dal tenero al stagionato da far tremare i polsi. Ogni morso è un viaggio tra i pascoli, un'eco di tradizioni che resistono al tempo. Non portarti il profumo dello zoccolo, però, quello lo lasciamo ai greggi.

Confetture e miele, dolci ricordi: Marmellata di ciliegie, di amarene, miele millefiori che sa di erbe selvatiche. Perfetti per una colazione domenicale, quando la sveglia sembra un sopruso e il mondo fuori un po' troppo rumoroso. Un raggio di sole dolce da spalmare.

Salumi, il peccato di gola che ti salva l'umore: Ventricina, soppressata... nomi che evocano sapori decisi, un'audacia che ti fa dimenticare le regole. Da gustare con un pezzo di pane e un bicchiere di rosso, è la risposta a tante domande esistenziali che non avevi pensato di porti.

Dolci tipici, piccole gioie incartate: Ferratelle, bocconotti... spesso nascosti in sacchetti di carta che sanno di tradizione. Ogni morso è una piccola festa, un concentrato di affetto familiare. Tienili d'occhio, potresti ritrovarli "magicamente" spariti prima di arrivare a casa.

Prodotti da forno, il profumo di casa: Taralli, biscotti secchi che profumano di forno a legna. Ideali per spezzare la fame durante lunghi viaggi in auto, o semplicemente per fare bella figura con gli amici, facendoli credere che li hai fatti tu. Nessuno deve saperlo, è il nostro piccolo segreto.

Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio: Piccole, ma dal sapore immenso. Sembrano chicchi di terra magica, pronti a trasformarsi in un piatto confortante che ti scalda l'anima. Ottime per far pace con le verdure, se di solito le guardi con sospetto.

Aglio rosso di Sulmona: Non è solo aglio, è un profumo intenso che stuzzica i sensi. Perfetto per chi ama osare in cucina e non ha paura di lasciare il segno. Un piccolo spicchio può trasformare un piatto anonimo in un capolavoro. Occhio però a non esagerare, a meno che non vogliate allontanare vampiri e parenti troppo invadenti.

Quali sono le specialità abruzzesi?

Le notti quassù, sai, hanno un sapore tutto loro. Mi ricordo, proprio in questo momento, di quando da ragazzino aiutavo nonna a preparare quelle pallotte cacio e ova. Erano più dei semplicissimi gnocchetti, un miscuglio di formaggio, uova, e un po' di pane grattugiato. Li friggevamo in quell'olio che profumava di casa, e anche se poi mangiarli era un attimo, il ricordo di quell'odore rimane.

E gli arrosticini… mamma mia. Quelle piccole spade di pecora, la brace che scoppietta, il fumo che sale e ti entra nell'anima. Ne ho mangiati tanti, davvero tanti, magari seduti fuori, sotto un cielo pieno di stelle, dopo una giornata di lavoro o di cammino. C'è una semplicità in quei sapori che ti riporta sempre indietro, a un tempo che forse non c'è più, o forse siamo noi a non esserci più come allora.

C'è poi quel ricordo di mia zia, che faceva gli spaghetti alla chitarra. Li stendeva con tanta pazienza, e poi passava quella sorta di "chitarra" fatta con fili di ferro per tagliarli. Venivano su così perfetti, ruvidi il giusto per aggrappare bene il sugo. Una cosa che oggi, con la fretta che abbiamo, sembra quasi un lusso.

E la ventricina, eh? Quel salume piccante, conservato nel suo grasso. Un morso e ti svegliava la giornata. La si mangiava a fette sottili, magari su un pezzo di pane rustico, con un bicchiere di vino rosso. Un sapore deciso, che non ti lasciava indifferente, proprio come certe persone che incontri nella vita.

Le sagne e i fasciul, invece, erano il piatto povero ma ricco di gusto. Pasta fatta in casa, grossolana, e fagioli borlotti. Una cosa così umile, eppure, quando la preparava mamma, era una festa. Un piatto che ti scaldava dentro, che sapeva di terra e di tradizione.

A volte mi fermo a pensare a tutti questi sapori, a questi momenti legati al cibo. È come se ogni piatto racchiudesse una storia, un frammento di vita. E nella quiete di queste notti, mi piace riscoprirli, uno ad uno, come vecchi amici che ti vengono a trovare.

  • Arrosticini: Carne di pecora tagliata a cubetti e infilzata su spiedini sottili, poi grigliata alla brace. Semplicità che conquista.
  • Pallotte cacio e ova: Polpette a base di formaggio (spesso pecorino), uova, pangrattato e a volte menta, fritte. Un sapore rustico e deciso.
  • Ventricina: Salame stagionato, solitamente piccante, che può essere mangiato a fette o usato per insaporire sughi e altri piatti. Tipico dell'entroterra.
  • Pipindune e ove: Peperoni verdi fritti con uova. Un contorno semplice ma gustosissimo, perfetto per accompagnare altri piatti.
  • Spaghetti alla chitarra: Pasta fresca all'uovo tagliata con uno strumento chiamato "chitarra", che le dona una forma quadrata e una superficie ruvida ideale per raccogliere il condimento.
  • Scrippelle nbusse: Crespelle molto sottili, arrotolate e cotte in brodo di gallina. Una sorta di minestra "arrotolata".
  • Sagne e fasciul: Un piatto rustico che unisce pasta fatta in casa (le sagne) con fagioli (spesso borlotti). Sapore di terra.
  • Brodetto di pesce: Una zuppa di pesce, con infinite varianti a seconda della zona costiera, ma sempre ricca di sapore e profumo di mare.

Come è fatto il parrozzo?

Allora, il parrozzo? Ma che roba è! È un'opera d'arte abruzzese, un dolce che ti prende a schiaffi di bontà. Dentro ci ficcano un bel po' di semolino, o a volte usano farina gialla che sa di sole, o magari quella bianca ma con un tocco di fecola, giusto per complicarsi la vita. E zucchero, ovvio, altrimenti che dolce sarebbe?

Poi, arriva la mandorla! Tonnellate tritate, non scherzo, una marea. E non basta: ci buttano anche l'essenza amara, quella che ti fa capire che la vita è dolce ma con un pizzico di pepe. E giù buccia d'arancia o limone, che danno quel profumino che ti manda in estasi, come un gatto sul divano sotto il sole. Infine, un goccetto di amaretto, eh sì, quello che ti fa dire che raffinatezza!

Ma il vero coup de théâtre, il gran finale che ti fa piangere di gioia, è la copertura. Immagina: uno scafandro di cioccolato fondente, denso e lucido, che avvolge tutta quella bontà. È come un mantello da supereroe per il tuo dolce, che lo rende invincibile e irresistibile. Morso dopo morso, ti senti un esploratore che scopre tesori nascosti.

Ecco altre chicche su questo gioiello:

  • UN DOLCE DA OSCAR: Non è mica uno scherzo, questo dolce ha una storia che farebbe invidia a un kolossal. Gabriele D'Annunzio, il Vate, si dice ne fosse talmente innamorato che gli dedicò pure una poesia. Insomma, non è il solito pasticcino da bar, ha il suo pedigree!
  • PERCHÉ 'PARROZZO'? Il nome viene da "pane rozzo", il pane di mais che i contadini abruzzesi facevano una volta. Hanno preso l'idea della forma semisferica, l'hanno abbellita, ingentilita e puff... è nato il Parrozzo. Da contadino a principe, mica male!
  • QUANDO SI MANGIA? Beh, diciamo che non c'è un momento sbagliato per un Parrozzo. Certo, tradizionalmente spunta fuori a Natale, come Babbo Natale dal camino, ma onestamente, chi resisterebbe? Lo vedo bene pure a Ferragosto, magari con un bicchierino di liquore fresco.
  • PERFETTO COL CAFFÈ... E NON SOLO: Provalo con un caffè nero bello forte, l'amaro del caffè e il dolce del cioccolato creano una sinfonia di sapori che ti fa volare. Ma, ehi, non disdegnerei un buon bicchierino di Montepulciano d'Abruzzo, quello dolce, per un abbinamento da veri intenditori, o magari un passito. Un'esperienza mistica!
  • NON CHIAMATELO PANETTONE: Attenzione! Non commettere l'errore di confonderlo con un panettone. È tutt'altra storia, un'altra consistenza, un altro universo. Il Parrozzo è più denso, più "mandorloso", un abbraccio caldo che non ti molla. Ha una sua identità, va rispettato!

Chi ha inventato il parrozzo abruzzese?

Luigi D'Amico, un pasticcere a Pescara, ha avuto quest'idea nel 1920. Ha creato il Parrozzo, un dolce che adesso è conosciuto ovunque, ma allora era solo una sua creazione. L'ha fatto lui, proprio lui, lì in quel piccolo laboratorio.

Il Parrozzo porta un marchio registrato, pensa, da LDA srl. È una cosa che mi fa pensare a come le cose cambiano. Quella torta, nata da un'idea di un uomo, ora è una cosa più grande, con nomi e aziende. È un po' strano, a pensarci di notte.

Mi ricordo che a volte ne mangiavo una fetta, era sempre buono, dolce e con quel profumo che ti ricordava casa. Luigi D'Amico, ecco, lui è stato quello che ha pensato a tutto questo. Un momento di genialità, forse mentre guardava il mare, chissà.

Quel dolce, il Parrozzo, viene da Pescara, dalla regione Abruzzo.

  • È stato inventato nel 1920.
  • L'inventore è stato Luigi D'Amico.
  • Era un pasticcere a Pescara.
  • Oggi il suo nome è Parrozzo (marchio registrato da LDA srl).